Perché il documento Bentivogli-Calenda è importante

Fondazione Ergo, attraverso le parole del suo Direttore, Sandro Trento, commenta il documento Bentivogli-Calenda oggi pubblicato sul Sole 24 Ore

 

1) l'Italia deve uscire a breve termine da un sistema scolastico e industriale a bassa qualificazione;

2) oggi troppi laureati sono impiegati in lavori di routine sottopagati;

3) per uscire dallo stallo occorre riqualificare il lavoro stimolando le imprese a digitalizzare e a creare occupazione d'alto profilo;

4) nel medio termine, l’Italia deve puntare a costruire un modello industriale ad alta qualità.

 

Il documento firmato da Marco Bentivogli e da Carlo Calenda e oggi pubblicato sul “Sole 24 ore” “Un Piano industriale per l’Italia delle competenze” è un utile contributo al dibattito sulle politiche di sviluppo per i prossimi anni.

Il documento pone giustamente al centro dell’attenzione il nesso tra tecnologia e competenze. I cambiamenti tecnologici infatti impongono un adeguamento delle competenze dei lavoratori e delle persone in generale. Il rischio di disoccupazione tecnologica in effetti non discende tanto dalla semplice introduzione di robot o di macchine automatizzate ma dal fatto che le conoscenze e le competenze dei lavoratori non siano adeguate rispetto alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. È giusto quindi pensare che le moderne politiche industriali non debbano tanto selezionare settori o campioni nazionali ma semmai creare le condizioni ideali affinché, nel breve termine l’industria esistente possa modernizzarsi e accrescere la propria competitività; nel medio termine, possano emergere nuove iniziative industriali più vicine alla frontiera tecnologica, con prodotti, servizi e soluzioni innovative.

Bentivogli e Calenda, in pratica, ci ricordano che la sfida dei prossimi anni è quella di passare a un nuovo sentiero di crescita che faccia leva sulle tecnologie digitali e su skill elevate. L’Italia invece è intrappolata da anni in un “equilibrio a bassa qualificazione” (in un recente Rapporto sull’Italia, l’OCSE lo ha definito low skill equilibrium). Non solo ci sono pochi laureati complessivi sulla popolazione adulta ma, anche concentrandosi sulle classi di età più giovani, la quota di laureati è, in Italia, piuttosto bassa. Nella fascia di età tra 25 e 34 anni la quota di laureati è pari al 20%, contro una media OCSE del 30% e valori oltre il 40% in molti paesi nostri diretti concorrenti.

Ci sono oggi in Italia 13 milioni di adulti con skill di base basse (low basic skills); si tratta soprattutto di persone mature, che lavorano nelle piccole imprese e di immigrati. A fronte di questo, solo il 14% degli adulti a bassa qualificazione partecipa a qualche tipo di formazione per adulti (adult learning). Milioni di questi adulti lavoreranno ancora per alcuni decenni e dovranno fronteggiare le sfide della crescente digitalizzazione e complessità del lavoro. 

L’Italia è l’unico paese membro del G7 nel quale la maggior parte dei lavoratori con qualificazione universitaria o equivalente è impiegata in lavori di routine (con funzioni che possono essere raggiunti seguendo una serie di regole specifiche e ben definite) mentre negli altri paesi del G7 la gran parte dei laureati è impiegata in occupazioni non di routine (con funzioni che richiedono attività complesse e creative). Questo è un segno del fatto che, nel nostro paese, la domanda di lavoro ad alta qualificazione è bassa. La nostra economia è in effetti intrappolata in un equilibrio nel quale da un lato è bassa la quantità di laureati e di tecnici qualificati, ma dall’altro è bassa anche la domanda di lavoro qualificato da parte delle imprese e delle varie organizzazione. Questo spiega la fuga di cervelli in corso da anni.

Un equilibrio a bassa qualificazione significa che troppe imprese si concentrano su forme di innovazione marginale, che magari consentono risparmi di costo ma che nel medio termine non sono sufficienti per mantenere la competitività sui mercati. In taluni casi vi può essere anche un mis-match tra qualificazioni acquisite dai giovani e dagli adulti e qualificazioni richieste dalle imprese. E’ importante che gli investimenti in capitale umano vengano ricompensati in modo adeguato, per incentivare i giovani a proseguire gli studi e ad acquisire competenze utili. Le imprese devono essere libere di seguire politiche di retribuzione più legate alla produttività e alle specificità aziendale. 

Come correttamente ci ricordano Bentivogli e Calenda, il Piano Industria 4.0 si muove nella direzione giusta che è quella di stimolare la digitalizzazione delle imprese italiane e di favorire una crescita della domanda di lavoro qualificato soprattutto da parte delle piccole imprese. Questa è una delle sfide più rilevanti. Il passaggio dalla manifattura tradizionale a quella 4.0 richiede non solo macchine e software nuovi ma lavoratori di tipo nuovo e soluzioni organizzative innovative. Un grande piano di riqualificazione del lavoro, l’introduzione di forme flessibili di formazione (ad esempio a distanza e part-time), la creazione di un verso sistema di formazione permanente lungo tutta la vita lavorativa sono alcuni dei passi necessari per consentire al nostro sistema produttivo di mantenere e rafforzare la propria capacità competitiva.

In una logica di medio termine, si pone però la questione di passare a un vero e proprio nuovo modello industriale ad alta qualità dei prodotti e alta qualificazione della forza lavoro. Questo può voler dire cambiare i percorsi formativi, orientare le scelte universitarie, favorire l’acquisizione di competenze imprenditoriali da parte dei giovani, avere nuovi soggetti in grado di finanziare nuove iniziative d’impresa ad alta intensità di capitale umano e ad alto rischio.  

Fondazione Ergo è impegnata da anni in progetti di disseminazione delle migliori pratiche industriali, nel favorire la cooperazione tra imprese e lavoratori, nella formazione di lavoratori e di quadri sindacali. Non possiamo che condividere le idee sostenute da Marco Bentivogli e Carlo Calenda nel loro documento, sperando che ad esso possa seguire un utile dibattito sulle prospettive di sviluppo industriale dell'Italia.

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