“Come cambia il lavoro manifatturiero nella trasformazione Industry 4.0”

Il 5 aprile 2017 alla seconda edizione del Premio BellaFactory hanno partecipato al dibattito, moderato dal giornalista Diodato Pirone, intorno al tema “Come cambia il lavoro manifatturiero nella trasformazione Industry 4.0”:

  • Prof. Sandro Trento, Direttore Generale Fondazione Ergo
  • Gianluca Ficco, Dirigente Nazionale UILM
  • Pietro De Biasi, Responsabile Relazioni Industriali, FCA
  • Prof. Giuseppe Berta, Prof. Storia Contemporanea Università Bocconi          

delineando due schieramenti di ottimisti e pessimisti e mettendo sul tavolo le carte che l’Italia si trova a giocare in questa partita chiamata Industry 4.0.

La disoccupazione tecnologica - Prof. Sandro Trento

- Torna attuale il termine “disoccupazione tecnologica” definibile come una situazione in cui il sistema formativo è in ritardo rispetto all’evoluzione tecnologica e ciò crea di conseguenza una forma di disoccupazione definibile tecnologica. Fino a una decina di anni fa ciò era in parte superabile attraverso lo studio e la laurea universitaria, ma oggi questo paradigma non vale più. Le professioni sono diventate molto skilled e sembra che le attività che comportano giudizi di natura estetica (cuoco o stilista) siano oggi tra le poche protette da questo rischio. Le stime di molte ricerche sono poco confortanti e parlano di una riduzione dei lavori attuali nei prossimi dieci anni pari al 50%.

- Iniziare a ragionare sulla riorganizzazione della vita delle persone – discutere in forma nuova dell’orario del lavoro

- La natalità delle imprese italiane è più bassa che negli altri paesi – è quindi fondamentale favorire politiche che sostengano l’imprenditorialità come elemento di protezione.

Capitale umano - ridiscutere e rivedere l’impostazione delle lauree triennali, tentativo fallito, perché non è stato in grado di creare nuove figure professionali sul mercato, oltre ad aver in realtà allungato il percorso di studio – serve quindi riorganizzarle facendole diventare strumenti professionalizzanti.

I nuovi paradigmi industriali - Pietro De Biasi

Le relazioni sindacali, la contrattazione e gli accordi tra le parti sociali, sono oggi strumenti in uso che hanno una capacità di reazione lentissima – i vari contratti a partire da quello dei metalmeccanici vanno quindi adattati al nuovo modo di lavorare.

- Uno dei grandi mutamenti dei paradigmi industriali è il rapporto tra tempo libero e orario di lavoro – gli attuali contratti di lavoro infatti sono basati su una divisione molto rigida tra l’orario di impego lavorativo e tempo libero. Il mondo in realtà sta volgendo a temi di maggior flessibilità come il lavoro agile, lo smart working, che anche in Italia, in piccola parte, iniziano a vedere le prime esperienze e tentativi, non essendoci ancora un vero testo di legge e una vera diffusione/regolamentazione, e per i quali è ancora difficile capirne la vera efficacia.

- Il lavoro vede il superamento della fatica materiale verso una partecipazione cognitiva che caratterizza a tutto tondo il mutamento in atto delle forme di lavoro. Necessità però essere coinvolti in maniera porosa e non continua al lavoro e questo dal punto di vista delle relazioni industriali, degli strumenti legislativi e contrattuali è un elemento tra i più importanti da affrontare nel futuro.  

La capacità sociale e produttiva di gestione della rivoluzione tecnologica - Gianluca Ficco

Partito degli ottimisti - Qualsiasi rivoluzione tecnologica che accresce le capacità di produrre ricchezza è per sua natura positiva.

- La rivoluzione tecnologia Industry 4.0 dovrebbe essere accompagnata da politiche economiche espansive e da politiche sociali inclusive per dispiegare effetti positivi a vantaggio della collettività. In caso contrario, se proseguissero le politiche di austerità ed anzi la stessa rivoluzione industriale fosse utilizzata come un'ulteriore scusa per smantellare le tutele del lavoro, correremmo il rischio di creare una oligarchia di produttori ed un esercito di sottoccupati e di disoccupati, magari assistiti dal reddito di povertà ma in ogni caso privati di un futuro libero e dignitoso.

Saremo capaci come italiani di cogliere questa occasione? - Prof. Giuseppe Berta

Nuove forme di lavoro – Industry 4.0 porta con sé la preoccupazione dell’avvento dell’automazione sull’uomo, in realtà si dovrebbe pensare non tanto alla sostituzione quanto piuttosto alla costruzione di un nuovo modello in cui la robotica e l’automazione vedono lo sviluppo di nuove figure e funzioni ma questo deve essere ricompreso dentro un modello sociale.

La grande azienda e il territorio - L’idea alla quale l’Italia deve tendere è un processo in cui la grande azienda coinvolge nel processo di trasformazione 4.0 la filiera, il suo indotto sul territorio proiettando così le PMI locali nel mondo e dall’altro lato irrobustendole. Le imprese dell’Italia intermedia hanno la capacità di far crescere e accompagnarle le PMI lasciandole in ogni caso nel loro spazio di autonomia.

L’Italia e la sfida Industry 4.0 si giocano sul rapporto tra industria e società - La partita italiana di Industry 4,0 va giocata pensando che non si tratta di una mera soluzione tecnica ed organizzativa. esclusivamente all’interno della fabbrica ma che sia supportata da un contesto sociale coerente e adeguato. Non deve mancare una visione complessa dell’industria e dei suoi legami con la società. Accanto alle grandi imprese serve considerare un reticolo di attività minori (rivolte al mercato interno) che tengono in piedi l’intero tessuto sociale.

 

 

 

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